E' passato il primo maggio festa dei lavoratori,
e anche quest'anno concerti piccoli e grandi, manifestazioni sindacali e autonome tipo la May day Parade.
Cosa ne rimane? A noi lavoratori intendo, cosa ne resta?
Ho sempre piu' spesso la sensazione che queste adunate di piazza servano solo per sciacquarsi le coscienze,
per raccontarcela che se vogliamo possiamo essere in tanti.
Ma poi si scopre che siamo in tanti solo quando si tratta di divertirci.
Sembrano quelle rimpatriate di ex compagni di scuola o di universita', organizzate una volta all'anno, in cui persone che neanche si salutano quando si incontrano per strada, per una sera mangiano la pizza insieme e rievocano i bei tempi andati.
Il primo maggio commemoriamo le vittime sul lavoro e strilliamo slogan contro il precariato,
ci sbattiamo a ritmo di Sono un Eroe o Vieni a Ballare in Puglia di Caparezza, poi arriva il 2 maggio e tutti ritornano alla solita vita.
Quelli che lottano veramente a fianco dei lavoratori sono pochi.
E i lavoratori che chiedono aiuto sono ancora meno.
Sembrano tutti rassegnati, per primi quelli che manifestano contro lo status quo.
Alcuni cercano di fare rete, di unire i lavoratori creando un fronte comune,
creando coesione. Sembra un'opera donchisciottesca provare a far parlare tra loro infermieri e operai, ingegneri e fiscalisti; e dire che oggi le tecnologie ci consentono cose fino a poco tempo fa impensabili.
50 anni fa si portava avanti la lotta operaia nelle fabbriche, porta a porta: il manovale di Termini Imerese si sentiva vicino a quello del Lingotto, ma in realta' erano separati da barriere geografiche e di comunicazione incolmabili dai mezzi dell'epoca.
Ciononostante lottavano insieme.
Ora abbiamo i mezzi, ma i lavoratori dipendenti preferiscono scannarsi tra loro piuttosto che chiedere a una sola voce condizioni migliori ai padroni delle imprese.
Le aziende promettono incentivi legati alle performance, ma in realta' pretendono che il lavoratore dedichi tutta la sua vita all'impresa anziche' ad una propria realizzazione come uomo o donna. E i lavoratori anziche' chiedere il giusto compenso per un impegno efficiente, preferiscono combattere la guerra dei poveri contro i colleghi, "morte tua vita mia",
e cosi' se non si puo' essere migliori, e' meglio che gli altri siano peggiori.
Perche' quel premio vale piu' che la serenita' quotidiana e una vita felice.
Allora la vita in azienda diventa una gara: a chi fa piu' il simpatico coi capi, a chi sa apparire di piu', a chi riesce a fregare il collega scaricandogli le responsabilita' dei problemi, fino alla gara di resistenza, rimanendo sempre piu' ore in ufficio.
Il risultato e' che gli uffici, i cantieri, le fabbriche, sono diventati dei campi di battaglia in cui i lavoratori si separano e combattono tra loro. E non essendo piu' coalizzati non riescono piu' a domandare ad unica voce migliori condizioni di lavoro. Col risultato che il lavoratore oggi in azienda conta meno di zero.
Attenzione, premiare chi e' piu' efficiente e' cosa sacrosanta, perche' far poco e niente a lavoro significa danneggiare i colleghi, costringendo chi lavora a sopperire anche alle mancanze dei fannulloni, ma da qui a lavorare costantemente 10-12 ore al giorno, quando il contratto ne prevede 8, ne corre di acqua!!!
Che fare?
Bisogna che i lavoratori si uniscano, imparando che chiedere insieme e' l'unico modo per ottenere qualcosa per se e per gli altri, e non a discapito di qualcun altro.
Parliamoci!
Visitiamo i blog, i forum, mangiamoci una pizza e parliamo, uniamoci.
E anziche' pensare che se oggi e' stato sgridato Pino perche' ha preso 3 giorni di malattia: "Poverino, meglio lui che io, quindi da domani mezz'ora di straordinario non retribuito in piu'".
Iniziamo ad agire: "Oggi a lui, ma domani tocchera' a me! Boicottiamo il capetto stronzo che ha cazziato Pino!!"